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DUE PAROLE SUL REFERENDUM
Come tutti sappiamo, domenica 22 e lunedì 23 marzo si è votato al referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, con lo scopo - dichiarato dal Governo e tutto da dimostrare - di rendere più trasparente ed efficiente l'amministrazione della giustizia, liberando la magistratura dal "correntismo", un nome elegante per designare quello che in altre categorie viene considerato banale corporativismo.
Anche le proposte di riforma al CSM, organo supremo di autogoverno della magistratura, avrebbero dovuto tendere a questo obiettivo: un Consiglio sorteggiato, nelle velleitarie intenzioni della riforma, avrebbe garantito maggiore autonomia dell'organo da pressioni di politici e magistrati, eliminando ogni possibile logica clientelare.
Il risultato del referendum è noto, e non indugerò nello stucchevole ed infantile gioco di accuse reciproche delle contrapposte tifoserie, talvolta addirittura su base geografica (il classico nord contro sud che, ultimamente, sembra ahimè tornato di moda).
Questa però è materia psichiatrica, e, per quanto io possa trovare affascinante la psichiatria, questo spazio è dedicato al diritto.
Peccato che lo storico campanilismo italico dal sapore medievale, all'epoca ci dividevamo in guelfi e ghibellini, abbia di fatto impedito un confronto serio sul merito di quello che è il cuore del problema. Che, ovviamente, non è nè l'efficienza nè la trasparenza dell'amministrazione della giustizia - che nulla hanno a che vedere con la separazione delle carriere -
Ebbene, ci troviamo in presenza della ennesima riedizione del sempreverde scontro tra poteri dello Stato, portato in superficie nella seconda metà degli anni 90 dalle note vicende berlusconiane, ma che, a ben vedere, esiste da quando è stato inventato lo Stato di diritto, sistema nel quale i poteri non sono tutti concentrati nelle mani di un singolo, ma vengono distribuiti a soggetti diversi per garantire il cittadino dagli arbìtri del potere statuale.
Ebbene, il tema del rapporto tra politica e giustizia è vecchio come il mondo, già negli anni '80 il leggendario Giuliano Vassalli - insigne giurista che era stato Ministro della Giustizia e padre dell'attuale codice di procedura penale - dichiarava pubblicamente che non fosse possibile introdurre alcuna riforma della giustizia senza l'indispensabile imprimatur della magistratura che, già allora, assumeva la postura di un potere organizzato e fortemente corporativo.
Insomma che il potere tenda a conservare se stesso è perfettamente comprensibile, quasi fisiologico, motivo per cui i nostri Padri costituenti avevano previsto una rigida separazione tra i tre poteri fondamentali dello Stato: legislativo, esecutivo e giudiziario.
Separazione significa che i poteri statuali devono essere costituzionalmente limitati da un delicato sistema di pesi e contrappesi che li renda in equilibrio tra loro, evitando che uno di essi prenda il sopravvento sugli altri e vanifichi il concetto stesso di separazione.
A scorrere la Costituzione, che per questo è stata molto criticata in particolare dai costituzionalisti anglosassoni, il potere più "penalizzato" è ovviamente quello esecutivo. Disciplinato, non a caso, per ultimo (dopo il Parlamento ed il Presidente della Repubblica), si prevedono ben pochi poteri per il Presidente del Consiglio, un primus inter pares che - fatto più unico che raro - non dispone del potere di revoca dei ministri, essendo pertanto costretto ad un'incessante attività di mediazione tra le varie componenti del suo Gabinetto, con buona pace dell'azione di Governo.
Ragioni storiche di repulsione nei confronti del precedente regime fascista, che si era sviluppato come dittatura dell'esecutivo, hanno indotto il Costituente a rovesciare il rapporto tra i poteri, a vantaggio del Parlamento, che era stato obliterato durante il ventennio e che assume invece rilievo assolutamente centrale nell'attuale impianto costituzionale.
Tralasciando i rapporti tra Parlamento e Governo, ai quali andrebbe dedicata una monografia a parte, l'argomento forte è, lo sanno anche i muri, il ben più burrascoso rapporto tra politica (intesa nella sua globalità, come sommatoria di Parlamento e Governo) e magistratura.
La Costituzione è molto attenta nel definire i contorni dell'autonomia della magistratura dalla politica e viceversa.
Per quanto concerne la prima, valga la regola che prevede che alla magistratura si accede per concorso - premiando il merito ed evitando il clientelismo -. Ogni magistrato, inoltre, è indipendente anche dai suoi colleghi, non esistendo una vera e propria gerarchia (quanto meno nella magistratura giudicante) e prevedendosi una progressione di carriera automatica, per svincolarla appunto dalle ridette logiche clientelari.
Se a ciò aggiungiamo l'obbligatorietà dell'azione penale si completa il quadro, andandosi a corroborare anche l'indipendenza della magistratura inquirente dall'esecutivo (fatto non scontato: ancora nei regimi liberali ottocenteschi, il Procuratore del Re - per l'appunto - era sottoposto al controllo del Governo, mentre l'indipendenza era riservata ai Giudici).
Ma il Costituente, ovviamente, si preoccupò anche di garantire l'indipendenza della politica dalla magistratura e, all'art. 68, introdusse la cosiddetta immunità parlamentare, ossia la regola per cui nessun parlamentare potesse essere sottoposto a indagine penale, e dunque al relativo processo, senza l'autorizzazione della Camera di appartenenza. E ciò valeva per qualsiasi reato.
Una garanzia per consentire ai parlamentari di svolgere serenamente la loro funzione fondamentale, evitando che azioni giudiziarie improvvide o magari personalistiche, potessero paralizzare o mettere sotto "pressione" l'organo rappresentativo della sovranità popolare.
D'altronde il fatto che fosse lasciata alla Camera di appartenenza la decisione se "graziare" o meno il proprio membro era in realtà un astuto trabocchetto dei Costituenti, in quanto, in caso di diniego dell'autorizzazione, i politici avrebbero poi dovuto spiegarne i motivi ai propri elettori, assumendosene la piena responsabilità politica.
Vi è da aggiungere che, probabilmente, nel 1947 si pensava che la classe politica sarebbe stata costituita da persone "per bene", specchiate ed illibate e che, dunque, non sarebbe mai stato neppure necessario ricorrere all'art. 68.
I Costituenti, come sappiamo, si sbagliavano su questo punto e, finalmente, arriviamo agli anni '90 e a Tangentopoli, quando un pool di valorosi pubblici ministeri milanesi (il cui principale esponente era schierato per il sì al referendum) fecero emergere un sistema di corruzione politica penetrata sostanzialmente in tutti i gangli dello Stato, subissando il Parlamento di richieste di autorizzazioni a procedere verso altrettanti esponenti politici.
Ebbene i politici di allora, che oggi ci appaiono come giganti ma che giganti non erano, reagirono di istinto e, in un primo momento, si difesero negando sistematicamente tali autorizzazioni.
La frittata era fatta: nell'opinione pubblica, già indignata per le inchieste giudiziarie che avevano scoperchiato il vaso di Pandora, cominciava a montare un senso di sdegno e rancore nei confronti della classe politica tout court: emblematico il lancio di monetine a Craxi fuori dall'Hotel Raphael, a Roma, nel lontano 1993.
Ovviamente, il contraltare fu che i magistrati del pool di Mani Pulite divennero dei veri eroi nazionali e contribuirono ad accrescere a dismisura il prestigio della magistratura, gli onesti contro i felloni, i buoni contro i cattivi.
E fu a questo punto che i politici italiani, o ciò che ne rimaneva, decisero di fare harakiri e, forse temendo che i cittadini li andassero a prendere con il forcone, andarono a modificare in fretta e furia l'art. 68 della Costituzione, eliminando per sempre l'immunità dal processo penale e mantenendo solo alcune garanzie minori.
Il messaggio politico era devastante: la classe dirigente dei partiti di allora non era in grado di garantire onestà al suo interno e dunque si affidava all'intervento salvifico e purificatore di una magistratura senza macchia e senza paura. Autolesionismo e miopia politica allo stato puro.
E' vero infatti che la Costituzione può essere modificata, per poterla doverosamente aggiornare ai tempi che cambiano, ma poichè essa designa i tratti essenziali della nostra società politica e, fondamentalmente, detta le "regole del gioco", non può mai essere cambiata sull'onda della contingenza o, peggio, dell'emozione.
Essa è destinata a durare ben oltre i nostri problemucci quotidiani e se all'epoca c'era - come c'era - un problema di difesa corporativa di una classe politica corrotta, questa non era una ragione sufficiente a tagliare le "mani" alla politica stessa per l'eternità.
Il risultato è stato che, ancora oggi, vi è un forte squilibrio tra i poteri dello Stato, in barba ai pesi ed anche ai contrappesi, con buona pace di Montesquieu e di Vassalli.
Così, mentre la magistratura continua a difendere gelosamente un'indipendenza mai seriamente messa in discussione da nessuno, i politici rischiano ogni giorno che gli venga distrutta la carriera da un avviso di garanzia di qualche procura. E' infatti sufficiente il sospetto, in un'opinione pubblica forcaiola come quella italiana, a condannare per sempre un uomo: l'eventuale successiva assoluzione non riporta mai le cose a posto come prima.
Quando i politici, leggi Silvio Berlusconi, se ne sono accorti, ormai il danno era fatto, nessun politico si sarebbe sognato, nè si sognerebbe oggi, di ripristinare l'art. 68 della Costituzione nella versione originaria, i cittadini non capirebbero e penserebbero, in parte a ragione, che i politici vogliano soltanto difendere loro stessi.
Inoltre, non intervenendo strutturalmente sul problema, entrambe le parti possono seguitare a raccogliere consenso screditando l'altra; e così ecco che da un lato abbiamo le "toghe rosse", formidabile argomento da campagna elettorale e, dall'altra, "la politica che vuole mettere sotto controllo la magistratura", che, come abbiamo visto, è solo una barzelletta assai poco divertente,
Dunque, ennesima occasione persa per riportare ordine e chiarezza tra i poteri dello Stato, magari con il coraggio di discutere su una revisione dell'art. 68, nell'interesse dei cittadini, ma in compenso abbiamo guadagnato nuovi argomenti per insultare i cittadini di Gorizia o di Reggio Calabria.
Viva l'Italia.
AI E DIRITTO
Perdere facile con l'intelligenza artificiale
In tempi velocissimi l’AI sta cambiando il mondo e, ci piaccia o meno, tutti dobbiamo farci i conti.
La potenza dell’intelligenza artificiale generativa è nota ed oggi consente a chiunque possegga una connessione internet di diventare poeta, musicista, scienziato e, purtroppo, anche “avvocato”.
Conosco personalmente professionisti del diritto che si documentano utilizzando questi strumenti e persone non “addette ai lavori” che, a maggior ragione, fanno altrettanto.
Ebbene, sappiano costoro che tale attività risulta molto rischiosa.
E’ risaputo infatti che i modelli di intelligenza artificiale generativa non sono progettati per dare una risposta esatta ad ogni nostra domanda, ma per fornire in automatico una risposta “plausibile”, basandosi su meccanismi statistici e probabilistici.
E la risposta alla domanda è obbligatoria: il programma non ci dice mai – perché non ci può dire – che non ne è a conoscenza e quando non sa, inventa, dando origine al fenomeno conosciuto in gergo tecnico come “allucinazioni”.
Se si prova – per gioco – ad eseguire una ricerca giuridica con strumenti di AI generativa, si otterrà una spiegazione breve, chiara, efficace e che, tendenzialmente, ci darà sempre ragione.
Il problema è che non si tratta della verità, ma solo di una ricostruzione statisticamente plausibile della questione, scelta tra le tante disponibili in quanto è quella che più ci rassicura.
L’hanno scoperto a loro spese quei Colleghi che, in casi giudiziari ormai divenuti celebri, avevano portato a sostegno delle loro tesi difensive decisioni giurisprudenziali raccolte utilizzando l’AI, che si sono poi rivelate inesistenti o comunque del tutto “fuori tema”.
Un comportamento certamente frutto di ingenuità, ma che ha contribuito alla soccombenza nella causa e che il Giudice ha talvolta sanzionato condannando la parte ad un cospicuo risarcimento danni da lite temeraria.
Dunque, accettate un consiglio non del tutto disinteressato: se avete un problema legale (ma anche se avete un tubo che perde) non improvvisate, ma affidatevi sempre ad un valido professionista: se continuiamo ad esistere a dispetto dell’intelligenza artificiale, un motivo ci sarà...
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